La parola “patriarcato” è senz’altro uno dei tormentoni degli ultimi anni. A novembre 2023 ha subito un picco incredibile, grazie a certi avvenimenti di cronaca e al modo martellante ed estremamente retorico con cui sono stati commentati. Tuttavia, non è che sia molto chiaro che significato abbia: la troviamo infatti un po’ come il prezzemolo, in tanti contesti diversi. Il suo significato sta diventando sempre più vago: è quasi una parola passepartout che si usa ogni qual volta si voglia parlare di maschilismo. Spieghiamo quindi che cosa vuol dire davvero, cosa indica e che slittamento semantico sta subendo.

Il dizionario Treccani definisce così la parola patriarcato:

Tipo di organizzazione familiare a discendenza patriarcale, in cui cioè i figli entrano a far parte del gruppo cui appartiene il padre, dal quale prendono il nome, i diritti, la potestà che essi trasmettono al discendente più diretto e vicino nella linea maschile.

Questa è più o meno la definizione che si trova in tutti i dizionari, che ovviamente la prendono dai libri di antropologia e sociologia, che anche io ho consultato per il mio libro sullo schwa. L’antropologo Harris (1995) lo definisce «dominazione politica degli uomini» (p. 194); i recenti manuali di antropologia non parlano affatto di patriarcato, ma di discendenza patrilineare (Remotti 2012, Fabietti 2015); nel Corso di sociologia di Bagnasco, Barbagli, Cavalli (2012), si parla di famiglia patriarcale, definita come quella in cui «tutti i figli sposati convivono sotto lo stesso tetto con i genitori, sottoposti all’autorità del padre» (p. 388).

Questa è insomma la definizione tecnica, quella che si trova sui libri: un sistema in cui il potere politico è detenuto dagli uomini e in cui la famiglia è sottoposta all’autorità paterna. Da dove arriva quindi il significato di “dominazione dell’uomo e oppressione della donna” e conseguente “privilegio maschile”?

Ovviamente arriva dal femminismo. La parola infatti è usata da Virginia Woolf, Vera Brittain e altre esponenti del movimento femminista del primo Novecento: queste persone la usano con il senso di “dominazione maschile sulle donne”. Altri femministi l’hanno usata con altre accezioni: una delle più assurde è “sistema di parentela in cui gli uomini si scambiano le donne” (Mitchell 1974). Ma, insomma, con accezioni diverse ma sempre col significato di privilegio maschile istituzionalizzato.

A quanto pare fu Millett in particolare, nel ‘68, a dare il nuovo significato alla parola (Dialeti 2013), sottolineando che spesso il patriarcato è caratterizzato da uno iato tra realtà e ideale, dove possono esserci anche contraddizioni.

Adirenne Rich invece descrisse il patriarcato come un sistema familiare, sociale, ideologico e politico in cui gli uomini – con la forza, con le pressioni o con riti, tradizioni, leggi, lingua, costumi, etichetta, educazione e la divisione del lavoro – determinano quale ruolo le donne possono e devono avere, e ovunque le donne sono subordinate all’uomo.

Sylvia Walby, ancora, definisce il patriarcato come un sistema di strutture sociali e pratiche in cui gli uomini dominano, opprimono e addirittura sfruttano le donne.

Come vedete ognuno lo definisce come cazzo vuole sto patriarcato. E già il fatto che la parola abbia un significato diverso in base a chi la usa ci fa capire quanto il suo uso sia serio dal punto di vista scientifico. Ricordiamoci sempre che anche se non sono scienze vere e proprie, antropologia e sociologia sono comunque discipline serie che hanno sempre seguito un metodo di indagine e di analisi molto rigoroso. Quello che è successo con questa parola invece è che è stata impregnata completamente di un’ideologia (cioè una visione del mondo presa per incontestabile e data per certa): infatti il significato che il femminismo ha dato alla parola si basa sull’assunto che le società patriarcali siano caratterizzate dalla sistemica dominazione dell’uomo sulla donna, cioè da una struttura sociale basata sull’oppressione femminile. È evidente che questo è altamente discutibile, eppure questa parola ha fatto tanta, tanta strada, da un libro femminista all’altro.

Perché è discutibile? Intanto la definizione originaria era abbastanza ristretta per un motivo, e cioè che non possiamo trovare una sola parola che descriva in modo ampio società intere completamente diverse tra loro. Una definizione così generica come “oppressione dell’uomo sulla donna” o “privilegio maschile” è pessima e inutile, perché di fatto non dice niente sulle strutture sociali. È appunto una definizione ideologica. Naturalmente poi se noi facciamo fare alla parola “oppressione” la stessa fine che stiamo facendo fare a “patriarcato”, a quel punto le cose cambiano, dato che oppressione della donna può essere benissimo anche il fatto che ti fischiano in strada, e quindi certo che siamo patriarcali anche noi tali e quali allo Yemen.

Ma proprio il concetto di società interamente basata sull’oppressione femminile non sta in piedi. Non usiamo un’espressione del genere nemmeno per descrivere lo schiavismo, figuriamoci! E poi è improprio parlare di oppressione se la società è fatta collettivamente da tutti quanti: al mantenimento della cosiddetta cultura patriarcale partecipano anche le donne, responsabili in molti luoghi e tempi dell’educazione dei figli, oltretutto.

Bisogna parlare senz’altro di disparità di trattamento o di diritti (non in Italia; su questo torneremo alla fine del video), ma non d’altro, soprattutto se non mettiamo in mezzo la questione di classe, che è decisamente più cruciale. E pensateci: se noi volessimo veramente trovare il minimo comune denominatore in tutte le società umane o quasi, quale sarebbe? Sarebbe che chi ha i mezzi di sussistenza e di produzione è privilegiato, e gli altri sono oppressi. Però non raccontiamo la storia umana come la sistematica oppressione dei poveri da parte di una piccola élite! Eppure avrebbe un pochino più di fondamento.

Ovviamente, già all’epoca in cui questa parola ha iniziato a circolare, in molti si sono accorti dell’assurdità di una simile teoria, che infatti è stata criticata molto: in primis perché vede le donne come completamente passive, prive di qualsiasi volontà e ruolo nella storia, e questo oltre a essere evidentissimamente falso è anche idiota, perché è un grave autogol da parte di un femminista. In secundis perché vede gli uomini solo ed esclusivamente come dominatori, e quindi non spiega tutte quelle relazioni di amore e affetto che essi instaurano con le donne; per non parlare del fatto che non tiene conto di tutti quegli uomini che hanno fatto e fanno una vita orribile, tra immani sforzi fisici, il rischio di morire, il peso di mantenere la famiglia e tutto il resto: abbiamo il coraggio di chiamarli privilegiati?

Inoltre questa rappresentazione del patriarcato non tiene conto, come si accennava, di lievi dettagli come razza e classe, e tratta quindi donne e uomini di ceto diverso indifferentemente; ignora le donne al potere, non solo nella storia, ma proprio anche nella vita quotidiana, cioè tutte quelle situazioni in cui è la donna a decidere (per esempio il contesto domestico e la gestione della famiglia).

Insomma già negli anni ‘70 e ‘80 ce n’erano di studiosi (anche femministi) che capivano che la questione posta così era una cazzata. Motivo per cui il concetto è stato ulteriormente rivisitato, o meglio più che altro ampliato per includere sempre più categorie oppresse, recentemente anche le persone lgbt, ad esempio.

E qui sicuramente gli intersezionalisti mi direbbero: e infatti noi abbiamo elaborato questa teoria perché ci rendiamo conto che l’oppressione si gioca all’intersezione tra genere, razza, classe ecc. Solo che comunque la vostra idea di oppressione parte sempre dalla teoria del patriarcato, che quindi stabilisce a priori chi sta al polo massimo del privilegio (il maschio bianco etero) e quindi torniamo all’inizio.

Faccio anche notare brevemente che queste descrizioni della realtà estremamente lasche e generiche non si capisce poi a quali società reali dovrebbero applicarsi, perché non è che potete dirmi che in assoluto il bianco è più ricco e più privilegiato del nero o l’uomo lo è più della donna: dipende da dove e dipende da chi. Quindi insomma il discorso fa acqua da tutte le parti, e questo è dovuto al fatto che non deriva da un’analisi obiettiva delle cose ma da una loro visione deformata. Ed è anche dovuto al fatto che spesso i testi in cui questa parola è stata usata nel suo senso generico non sono testi tecnici: infatti la storiografia è molto riluttante a usare una categoria come “patriarcato”, mentre ne fanno largo uso le storiche di impronta femminista. Insomma: in un testo tecnico, che fornisce interpretazioni credibili della realtà, le definizioni sono una cosa seria.

La verità è che molto spesso quando si parla di patriarcato si sta parlando in realtà di ruoli di genere, ma le due cose non sono affatto sinonimi: potrei benissimo avere una società non patriarcale (vedi la nostra, e ci torniamo) che ha ruoli di genere forti (vedi la nostra, appunto). Molte delle cose che noi associamo al patriarcato non c’entrano niente con esso, in realtà, come la violenza sulle donne: non ha minimamente niente di patriarcale, nonostante tutti oggi dicano che ogni donna uccisa è un colpo del patriarcato e cazzate simili. In verità in una società patriarcale ci sono norme precise, e il dominio del patriarca è limitato alle donne della sua casa, non alle altre, quindi non è per il cazzo vero che è normale nel patriarcato ammazzare le donne, o che un padre insegna al figlio a picchiare la moglie e cose del genere. Tra l’altro, per esempio, la violenza sessuale era considerata aberrante in molte società: pensiamo agli iper patriarcali romani. E se guardiamo alle società che ancora oggi mantengono le donne in condizione di inferiorità, dovremmo notare che il grande comune denominatore tra di esse è l'influenza della religione sull'organizzazione dello Stato; ma parlare di quanto certi estremismi religiosi siano aberranti è poco di sinistra, dato che la moda attuale è quella dell'inclusione a tutti i costi. E poi lo sappiamo che il male del mondo è il maschio bianco, mica quello mediorientale.

La differenza tra patriarcato e maschilismo quindi è molto importante, e invece sono due cose che TUTTI confondono. Il patriarcato è una struttura sociale, non è una mentalità; poi che le strutture sociali derivino anche da una certa mentalità può esser vero, anche se vorrei di nuovo ricordarvi che si parla di patriarcato per praticamente millenni di storia, per cui direi che quella struttura sociale è stata usata da molti popoli con mentalità molto diverse. Il maschilismo senz’altro esiste, come esiste il suo opposto, ma esiste benissimo in una società che di patriarcale non ha niente, come può benissimo non esserci in una società che invece patriarcale lo è.

Forti di tutto quello che abbiamo imparato, ora vediamo concretamente come viene usata questa parola oggi nella comunicazione mediatica:

Ora, mi pare evidente che in nessuno di questi testi (che ho raccolto nel corso di un anno e mezzo, ma basta cercare “patriarcato” su Google o sui social network e ne troverete decine) la parola sia usata nel suo significato autentico (cioè l’unico che abbia senso): è usata come un termine quasi vuoto, riempibile di volta in volta con un contenuto semantico diverso, che afferisce sempre all’area del brutto e cattivo. Può essere sinonimo di maschilismo, di violenza sulle donne, di differenze tra i generi, di maleducazione e perfino, a quanto dice Schlein, di “legge del più forte” (che col patriarcato non c’entra una beneamata mazza).

So già che ci saranno quelli che vorranno muovermi l’obiezione dell’estensione semantica. Tante volte ho spiegato che le parole cambiano di significato nel corso del tempo e questi sono processi normali: l’ho detto per antisemita, l’ho detto per troia, l’ho detto per handicappato ecc. Questo però non vuol dire che allora ogni uso a caso delle parole sia lecito! Cioè: dirmi che oggi la parola “patriarcato” semplicemente significa oppressione dell’uomo sulla donna, e quindi io lo devo accettare, non è un’argomentazione. Potrebbe benissimo filare come discorso, attenzione: la parola ha due accezioni, quella tecnica che si usa in antropologia, e quella del cazzo che si usa su Repubblica. Va bene. Ma se noi abbiamo la pretesa di descrivere fenomeni sociali e culturali e addirittura la legge attraverso una parola, non possiamo neanche vagamente sognarci di usarla come ci gira, con un significato che cambia sul momento. Se uno mi dice che l’Italia è patriarcale mi deve dire esattamente in che accezione sta usando quella parola, e se mi dice che la sta usando nel senso generico di “mi hanno toccato il culo in autobus, vado a farmi intervistare da Fazio” io quella parola non la accetto, perché è inesatta rispetto al referente che vuol indicare.

Ed è qui che arriviamo a parlare dell’Italia. In Italia c’è il patriarcato? Qui bisogna fare veramente molta attenzione. Intanto bisogna essere molto precisi in termini di cronologia: un conto è parlare dell’Italia degli anni Sessanta e un conto è parlare dell’Italia del 2024. Che fino a pochi decenni fa la disparità tra i sessi fosse molto marcata, con un deficit di diritti e di tutele nei confronti delle donne, è senz’altro vero; è anche vero che tendenzialmente in famiglia comandava il padre, quantomeno nella vita quotidiana, benché già il senso stretto di famiglia patriarcale fosse poco esatto, soprattutto dal punto di vista del diritto tributario.

Oggi, però, nemmeno con un po’ di generosità possiamo continuare a descrivere l’Italia in questi termini. Ogni legge del nostro ordinamento è scritta per entrambi i sessi, e non fa distinzioni (eccettuata ovviamente quella sull’aborto e quelle sulla maternità): non è vero che le donne hanno stipendi più bassi, non è vero che possono essere licenziate senza motivo, non è vero che sono sottoposte all’autorità di un uomo, non è vero che non possono scegliere liberamente cosa fare della loro vita. Se non ci sono leggi che discriminino le donne, non possiamo dire che le donne sono subordinate, oppresse: hanno esattamente gli stessi identici diritti che hanno gli uomini.

Ciò che ancora rende poco equilibrato il rapporto tra i sessi è semmai un residuo di mentalità, non patriarcale, come ho spiegato, ma potremmo dire genericamente sessista: sessista nel senso che sulla base del sesso prevede ruoli e comportamenti specifici. Toccare una donna senza il suo consenso è un gesto maschilista e maleducato? Certamente. Deriva dal patriarcato? No, perché il patriarcato non è una struttura sociale che prevede la molestia sessuale libera. Ritenere che una donna debba rimanere a casa ad accudire i figli è maschilista e retrogrado? Certamente. È indice del fatto che in Italia c’è il patriarcato? No, perché questo ruolo femminile può benissimo esserci anche in una società matriarcale, e tra l’altro è un ruolo che, benché oggi ovviamente obsoleto, è anche motivato: è banale osservare che i bambini nascono dalla donna e che lei è l’unica che può nutrirli finché non sono in grado di mangiare da soli. Quindi è davvero ingenuo – e ha un fastidioso odore di mania di persecuzione – attribuire ogni caratteristica negativa della nostra società a un complotto mondiale ordito dagli uomini per sottomettere le donne.

Soprattutto, di fatto, per quanti uomini ancora possano esistere che ritengono che la donna debba stare a casa (come se non ci fossero anche donne che lo credono e fanno questa scelta per sé stesse!), nessuno può obbligare una donna a partorire, né a rinunciare alla carriera. Se c’è chi lo fa, non è diverso da chi ruba: viola la legge. Però quando sentiamo la notizia di un furto non gridiamo alle rapine di Stato, come facciamo invece quando una ragazza viene stuprata: ne abbiamo letti di slogan come “Stato stupratore” e altre fregnacce del genere. Ma se in Italia le leggi per punire lo stupro, come quelle per punire il furto, esistono, com’è possibile parlare di violenza istituzionalizzata?

Perché è qui realmente che casca la questione: anche con tutte le estensioni semantiche del caso, “sistema in cui la donna è oppressa dall’uomo” non descrive l’Italia, e dire che il femminicidio è patriarcale è una stronzata in qualunque accezione si usi la parola. Qui il problema non è l’estensione semantica, ma l’interpretazione ideologizzata e parziale della realtà. Come sempre, la parola ne è solo il sintomo.

Bibliografia

BAGNASCO, Arnaldo, BARBAGLI, Maurizio & CAVALLI, Alessandro. 2012. Corso di sociologia. Bologna: il Mulino.

DIALETI, Androniki. 2013. “From Women’s Oppression to Male Anxiety,” in Gender in Late Medieval and Early Modern Europe. Londra: Routledge.

FABIETTI, Ugo. 2015. Elementi di antropologia culturale. Milano: Mondadori.

HARRIS, Marvin. 1995. Cultural Anthropology. New York: HarperCollins College Publishers.

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REMOTTI, Francesco. 2012. Prima lezione di antropologia. Bari: Laterza.

RICH, Adrienne. 1968. Of Woman Born: Motherhood as Experience and Institution. New York: Norton. WALBY, Sylvia. 1990. Theorizing Patria